
Con la Settimana Santa inizia l’ipocrisia delle persone.
La carne rossa sparisce dai piatti ma il veleno dalla lingua no, perché mangiare un pezzo di carne è peccato ma fare a pezzi le persone con le parole non pesa sulla coscienza di nessuno.
Infatti in questi giorni escono fuori quelli che si scandalizzano per il cibo e vivono tutto l’anno a giudicare, a puntare il dito, a intromettersi dove nessuno li ha chiamati; come se la spiritualità fosse un abito da indossare qualche giorno e poi rimettere nell’armadio.
Ma prima dove sono stati?
Per dodici mesi giudicano, inventano, sparano verdetti senza sapere, si ingozzano di pettegolezzi e parlano male della vita altrui, perché l’invidia ha sempre l’udito fino a una fame insaziabile.
Poi con la Settimana Santa si trasformano pubblicando frasi profonde, condividendo riflessioni toccanti, mostrandosi seri e raccolti.
Sono rigorosi con quello che entra dalla bocca e completamente sordi a quello che ne esce, perché lì non c’è digiuno, non c’è freno, non c’è nemmeno l’ombra del rimorso.
Ma basta veramente cambiare piatto per cambiare quello che si è?
Non è una questione di carne o pesce, è una questione di coerenza.
Rispettare una tradizione non serve a niente se continui a essere la stessa persona che ferisce e che si nutre della sofferenza altrui.
Il vero sacrificio non è rinunciare a una bistecca per qualche giorno, ma specchiarsi in quello che si è davvero ogni giorno.
E questo non lo fa quasi nessuno perché richiede troppo sforzo fare i conti con la propria coscienza.
E’ molto più comodo lasciare la carne una settimana che smettere di essere una persona meschina per tutto l’anno.



