Che cosa festeggiamo l’8 marzo

Ci sono giorni in cui la storia sembra un pozzo profondo e antico; e sul bordo del pozzo arrivano, una dietro l’altra, le donne del mondo con la loro sete, con la loro stanchezza e con la loro dignità.

Parliamo di donne che arrivano dalle case dove la violenza ha imparato a parlare piano; dalle strade dove la paura è diventata abitudine; dai luoghi in cui nascere donna significa ricevere una ferita come educazione.

E allora cosa si festeggia oggi?

Sicuramente non la vittoria; la vittoria sarebbe il silenzio della violenza, la fine della paura, sarebbe un mondo capace di vergognarsi davvero del male che infligge le donne.

Oggi festeggiamo il momento in cui una verità diventa impossibile da nascondere…e tutto ciò non è normale.

Infatti non è normale il dominio, il sopruso, l’umiliazione e non è normale dover insegnare a una bambina a difendersi prima ancora di insegnarle a sognare.

Al pozzo, nel Vangelo, c’è una donna con Gesù; lui le rivolge la parola, lui attraversa il giudizio, la regola, la convenienza.

Le parla come si parla a qualcuno che conta, le offre acqua viva…cioè una possibilità di rinascere senza chiedere permesso al passato.

Bisogna rinascere da quello sguardo, da quella parola che non schiaccia, non usa, non umilia.

Gesù che incontra quella donna ferita dalla sua storia, non le chiede di abbassare gli occhi, ma di rialzare la vita.

L’8 marzo non è la festa di un qualcosa che si è raggiunto, ma è la memoria di una sete, la scelta di non chiamare destino ciò che è ingiustizia, di non chiamare cultura ciò che è violenza, di non chiamare normalità ciò che è scandalo.

Si festeggia quella immensa, testarda, quotidiana resistenza delle donne, la coscienza che si accende, la voce che rompe il silenzio, la mano che protegge l’altra mano, il coraggio di dire basta.

E da qualche parte Gesù continua a dire alle donne del mondo che la loro vita non è uno scarto, non è un errore, non è una terra di conquista, ma semplicemente una sorgente.

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